Consigli operativi per l’insegnamento delle lingue straniere a studenti con DSA

Consigli pratici insegnamento ingleseDi Rossana Gabrieli (Rivista BES e DSA in classe) – Le lingue straniere costituiscono indubbiamente un problema (piccolo o grande, a seconda della severità del Disturbo d’Apprendimento, della fascia di scolarità, della metodologia adottata dall’insegnante) nella vita scolastica degli studenti DSA.Fermo restando che ogni studente con questa caratteristica è un caso a sé e che è impossibile uniformare l’attività di docenza delle lingue straniere sic et simpliciter, possiamo, però, fare riferimento ad alcune buone pratiche che possono senz’altro migliorare il nostro modus operandi didattico, venendo incontro alle difficoltà degli alunni DSA.

Vediamone alcune per singolo grado di scolarizzazione.

Sicuramente, nella scuola primaria, i docenti di lingua straniera godono di alcuni “vantaggi”: le metodologie squisitamente ludiche cui si ricorre per favorire in tutti i bambini l’apprendimento della nuova lingua contribuiscono ad aumentare il desiderio di imparare; i piccoli studenti attendono “l’ora di inglese” (o di spagnolo, o frencese, o tedesco…) con entusiasmo, perché sanno che le attività saranno giocose ed accattivanti. Il ricorso al TPR (Total Physical Response) o allo storytelling favoriscono gli apprendimenti. Sarebbe sbagliato, in questa fase, richiedere ai bambini (tutti i bambini, non solo i DSA) di spendere energie in attività prevalentemente scritte. Quello che si deve favorire sono la comprensione e la produzione orale a livelli basilari. Chiedere le ore, riconoscere i giorni della settimana, contare, sono tutte funzioni comunicative acquisibili attraverso giochi divertenti, come “What’s the time, Mr. Wolf ?”, “Bingo”, “Simon says…”, solo per citarne alcuni tra i più famosi.

La scuola secondaria di primo grado costituisce, dal punto di vista del ricorso a metodologie ludiche, un gap, una sorta di salto nel buio, perché spesso la lingua straniera viene insegnata privandola della componente “giocosa”, focalizzando spesso l’attenzione sugli aspetti grammaticali della lingua, con relativi esercizi (abbondantemente proposti dai libri di testo) e lo studio mnemonico di liste di verbi, o di lessico o di regole. Inoltre, si fa più massiccio ricorso ad attività di tipo scritto sin dai primi giorni di scuola, quando ancora non si conoscono approfonditamente i singoli alunni e dunque si ignora la presenza in classe di alunni dislessici o disgrafici o disortografici. La conseguenza è che proprio le attività iniziali possono finire con il bloccare i ragazzi DSA, facendoli sentire inadeguati ed incapaci di rispondere alle richieste del professore o della professoressa. Sarebbe, invece, di gran lunga preferibile avviare, ad inizio di anno scolastico, attività incentrate sull’oralità, stimolando la comunicazione in lingua straniera ed andano alla scoperta di ciò che i nuovi alunni hanno appreso nella scuola primaria, perché tali acquisizioni non vadano perdute e diventino la “base sicura” da cui partire per esplorare un più ampio “terreno linguistico”, così come Krashen suggerisce.

L’attenzione al già noto è importante, ovviamente, anche all’ingresso nella scuola secondaria di secondo grado. Tanto che si sia a conoscenza della presenza in classe di studenti con disturbo dell’apprendimento, sia che non se ne abbia la certezza, sarebbe buona prassi far precedere le consuete prove d’ingresso in forma scritta con attività più informali, ma sicuramente altrettanto significative, svolte in forma orale, come brevi dialoghi sotto forma di domanda-risposta, in lingua, mirate a conoscere l’alunno, a partire dalla sua quotidianità. Rispondere in lingua a domande volte a sapere dove abita, quale sia la sua materia preferita, se pratica sport, cosa faccia nel tempo libero, stimola la reciproca conoscenza ed evidenzia il grado di padronanza della lingua straniera da parte di ogni alunno. Sarà bene, in queste fasi iniziali, che l’eventuale errore non venga stigmatizzato o troppo enfatizzato: lo scopo è quello di instaurare un clima sereno, in cui la comunicazione in lingua straniera divenga naturale.

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