Come comportarsi in presenza di alunni con problemi di autocontrollo fisico?

Buongiorno. Vorrei sapere le normative e le Indicazioni Nazionali attuali in quale modo prevedono che la scuola intervenga in caso di un bambino con difficoltà comportamentali con conseguenze nella didattica. Intendo chiedere se nel caso di un bambino che non ha nessuna certificazione ma è seguito comunque dai servizi territoriali dell’USLL per problemi di autocontrollo (fisico) con un basso livello di attenzione e autoregolazione, è compito solo della singola insegnante provvedere all’integrazione dello stesso o se è possibile per l’insegnante chiedere la presenza di un insegnante che le venga in aiuto… considerando che per il comportamento con scarso autocontrollo è necessario che l’insegnante volga un’attenzione particolare a questi bambini con Bisogni Educativi Specifici con il rischio però di non vigilare a sufficienza il resto della classe rallentando anche il percorso formativo ed educativo.

Cosa può fare un’insegnante?

Rossana Gabrieli – Gentilissima insegnante,

bisogna distinguere, in una situazione come quella che lei descrive, il livello dell’intervento didattico da quello sanitario. Ora, lei dice che il bambino è seguito dalla Asl per problemi di autocontrollo, il che presuppone che ci sia stata una presa in carico e, dunque, una relazione clinica, che tuttavia non è mai stata presentata alla scuola. La qual cosa non aiuta certo l’azione di intervento didattico-educativo.

La normativa scolastica, però, prevede comunque una risposta della scuola, che, riconoscendo un Bisogno Educativo Speciale, predispone un Piano Didattico Personalizzato.

Si vedano, a tal proposito, la Direttiva Ministeriale 27/12/12 e la C.M. n. 8/2013.

La Direttiva chiarisce che: “…ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare Bisogni Educativi Speciali: o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta.

Va quindi potenziata la cultura dell’inclusione, e ciò anche mediante un approfondimento delle relative competenze degli insegnanti curricolari, finalizzata ad una più stretta interazione tra tutte le componenti della comunità educante.

In tale ottica, assumono un valore strategico i Centri Territoriali di Supporto, che rappresentano l’interfaccia fra l’Amministrazione e le scuole e tra le scuole stesse in relazione ai Bisogni Educativi Speciali. Essi pertanto integrano le proprie funzioni – come già chiarito dal D.M. 12 luglio 2011 per quanto concerne i Disturbi Specifici di Apprendimento – e collaborano con le altre risorse territoriali nella definizione di una rete di supporto al processo di integrazione, con particolare riferimento, secondo la loro originaria vocazione, al potenziamento del contesto scolastico mediante le nuove tecnologie, ma anche offrendo un ausilio ai docenti secondo un modello cooperativo di intervento”.

Dunque, se la scuola è tenuta a rispondere in termini pedagogico-didattici, non sarebbe però né giusto né efficace, lasciare soli i singoli docenti a fronteggiare situazioni come quella da lei riferita.

È dunque necessario “fare rete”, chiedendo l’intervento ed il supporto del CTS, dell’Asl che segue il caso e della coppia genitoriale.

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